TraduzioniLucano – Pharsalia, 1. 81-118.
Vale ha chiesto 1 mese fa

In se magna ruunt; laetis hunc numina rebus
crescendi posuere modum. Nec gentibus ullis
commodat in populum terrae pelagique potentem
invidiam Fortuna suam: tu causa malorum
facta tribus dominis communis, Roma, nec umquam
in turbam missi feralia foedera regni.
O male concordes nimiaque cupidine caeci!
Quid miscere iuvat vires orbemque tenere
in medio? Dum terra fretum terramque levabit
aër et longi volvent Titana labores
noxque diem caelo totidem per signa sequetur,
nulla fides regni sociis, omnisque potestas
impatiens consortis erit. Nec gentibus ullis
credite, nec longe fatorum exempla petantur:
fraterno primi maduerunt sanguine muri.
Nec pretium tanti tellus pontusque furoris
tunc erat: exiguum dominos commisit asylum.
Temporis angusti mansit concordia discors,
paxque fuit non sponte ducum; nam sola futuri
Crassus erat belli medius mora. Qualiter undas
qui secat et geminum gracilis mare separat Isthmos
nec patitur conferre fretum, si terra recedat,
Ionium Aegaeo franget mare: sic ubi saeva
arma ducum dirimens miserando funere Crassus
Assyrias Latio maculavit sanguine Carrhas,
Parthica Romanos solverunt damna furores.
Plus illa vobis acie quam creditis actumst,
Arsacidae: bellum victis civile dedistis.
Dividitur ferro regnum, populique potentis,
quae mare, quae terras, quae totum possidet orbem
non cepit fortuna duos. Nam pignora iuncti
sanguinis et diro ferales omine taedas
abstulit ad manes Parcarum Iulia saeva
intercepta manu. Quod si tibi fata dedissent
maiores in luce moras, tu sola furentem
inde virum poteras atque hinc retinere parentem
armatasque manus excusso iungere ferro,
ut generos soceris mediae iunxere Sabinae.

Lucano – Pharsalia, 1. 81-118.
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Rina ha risposto 3 settimane fa

Le cose grandi precipitano su se stesse; gli dei hanno posto
questo limite al crescere della prosperità. Nè ad alcuna gente
la Fortuna offre la sua invidia contro un popolo potente
per terra e per mare; tu sei la causa dei mali,
o Roma, resa comune a tre padroni, e i patti feroci
di un dominio mai lasciato al caos.
O malamente concordi e ciechi per un’eccessiva ingordigia!
Che giova mescolare le forze e tenere il mondo
nell’incertezza? Finché la terra sosterrà il mare
e l’aria la terra, e le fatiche del sole si svolgeranno per lungo tempo,
e la notte seguirà il giorno sempre attraverso le medesime costellazioni,
nessuna lealtà di potere tra gli alleati, e ogni autorità
sarà intollerante verso gli alleati. Non affidatevi
ad alcun popolo, e né esempi di fati avversi vanno cercati lontano.
Le prime mura si bagnarono di sangue fraterno.
Né allora il prezzo di tanto furore era la terra
e il mare: un piccolo rifugio mise a confronto i signori.
La concordia discorde durò per poco tempo;
e la pace ci fu non per volere dei capi. Infatti, l’unico ostacolo
di una futura guerra era il moderato Crasso. Come il sottile Istmo
che taglia le acque e separa i due mari,
e non permette al mare di fondersi – se la terra recedesse,
il mare Ionio si infrangerebbe nell’Egeo – così quando Crasso,
che teneva separate le crudeli armi dei capi, con una pietosa morte
macchiò di sangue latino l’assiria Carre,
le perdite partiche scatenarono i furori romani.
Con quella battaglia è stato ottenuto più di quanto crediate,
o Arsacidi: avete dato ai vinti la guerra civile.
Il regno è diviso con il ferro; e la sorte di un popolo potente,
che governa il mare, le terre e tutto il mondo,
non sceglie tra due. Infatti Giulia, rapita
prima del tempo dalla mano crudele delle Parche,
portò agli dei Mani il pegno dell’unione di sangue
e le torce nuziali per un funesto presagio. Che se il destino
ti avesse concesso più tempo in vita, tu soltanto avresti potuto
trattenere da un lato il marito, dall’altro il padre, furenti,
e unire le mani armate dopo aver gettato via il ferro,
come le Sabine nella mischia congiunsero i generi ai suoceri.

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