TraduzioniLucano – Pharsalia, 1. 119-159.
Vale ha chiesto 1 mese fa

Morte tua discussa fides, bellumque movere
permissum ducibus. Stimulos dedit aemula virtus:
tu, nova ne veteres obscurent acta triumphos
et victis cedat piratica laurea Gallis,
Magne, times; te iam series ususque laborum
erigit impatiensque loci fortuna secundi.
Nec quemquam iam ferre potest Caesarve priorem
Pompeiusve parem. Quis iustius induit arma?
scire nefas; magno se iudice quisque tuetur:
victrix causa deis placuit, sed victa Catoni.
Nec coiere pares. Alter vergentibus annis
in senium longoque togae tranquillior usu
dedidicit iam pace ducem, famaeque petitor
multa dare in vulgus, totus popularibus auris
impelli, plausuque sui gaudere theatri,
nec reparare novas vires, multumque priori
credere fortunae. Stat, magni nominis umbra,
qualis frugifero quercus sublimis in agro
exuvias veteris populi sacrataque gestans
dona ducum; nec iam validis radicibus haeret,
pondere fixa suo est, nudosque per aëra ramos
effundens, trunco non frondibus efficit umbram;
sed quamuis primo nutet casura sub Euro,
tot circum silvae firmo se robore tollant,
sola tamen colitur. Sed non in Caesare tantum
nomen erat nec fama ducis, sed nescia virtus
stare loco, solusque pudor non vincere bello;
acer et indomitus, quo spes quoque ira vocasset
ferre manum, et numquam temerando parcere ferro,
successus urgere suos, instare favori
numinis, impellens quidquid sibi summa petenti
obstaret, gaudensque viam fecisse ruina.
Qualiter expressum ventis per nubila fulmen
aetheris impulsi sonitu mundique fragore
emicuit rupitque diem populosque paventes
terruit obliqua praestringens lumina flamma;
in sua templa furit, nullaque exire vetante
materia magnamque cadens magnamque revertens
dat stragem late sparsosque recolligit ignes.
Hae ducibus causae; suberant sed publica belli
semina, quae populos semper mersere potentes.

Lucano – Pharsalia, 1. 119-159.
1 Risposte
Rina ha risposto 3 settimane fa

Con la tua morte la lealtà fu abbattuta e fu permesso ai capi
di muovere guerra. Il valore per la rivalità diede gli stimoli.
Tu, o Grande, temi che le nuove imprese oscurino i vecchi trionfi,
e che la vittoria sui pirati ceda davanti ai Galli vinti:
ormai ti incoraggia la successione e la consuetudine delle fatiche,
e la Fortuna intollerante del secondo posto.
Né Cesare può ormai sopportare qualcuno prima di lui,
o Pompeo uno al suo pari. Chi imbracciò le armi più giustamente,
non è dato sapere: ciascuno contempla per sé un grande giudice;
La causa del vincitore piacque agli dei, ma quella del vinto a Catone. 
Né i pari vennero l’un contro l’altro: l’uno, quando gli anni volsero
verso la vecchiaia, e reso più pacato per la lunga consuetudine dell’attività civile,
aveva disimparato ormai con la pace l’arte del condottiero; e bramoso di fama,
di dare molte cose al popolo, in tutto si lasciava trascinare
dagli umori popolari e godeva dell’applauso del suo teatro,
senza allestire nuove forze e nel credere molto
nella fortuna di un tempo. S’innalza, ombra di un grande nome,
come una quercia grandiosa in un campo fecondo,
recante le spoglie antiche di un popolo e i doni
sacri dei capi, non riuscendo ormai a restare attaccato alle forti radici,
resta piantato per il suo peso, e effondendo i rami nudi
nell’aria, fa ombra con il tronco, non con le fronde;
e sebbene ondeggi rischiando di cadere al primo Euro,
e intorno a lui si innalzino tanti alberi dal solido tronco,
tuttavia da sola è venerata. In Cesare non c’era
soltanto il nome, né la fama di comandante, ma una virtù incapace
di restare a riposo, e una sola vergogna, vincere non con la guerra.
Aspro e indomabile: là dove la speranza e l’ira lo chiamasse,
scatenava la violenza, senza risparmiare di disonorare il ferro:
spingeva i suoi trionfi, incalzava il favore
degli dei, scagliandosi contro ogni cosa che lo ostacolasse, bramoso
del potere supremo, e godendo nel farsi strada con la rovina.
Come il fulmine provocato dai venti attraverso le nubi
brilla per il suono dell’etere percosso e per il fragore dell’universo,
fende il giorno e atterrisce i popoli sgomenti,
abbagliando gli occhi con la fiamma obliqua.
Infuria nei suoi cieli e poiché nessuna materia gli impedisce
di propagarsi, e cadendo e risollevandosi provoca diffusamente 
una grande strage e ricompone i fuochi sparsi.
Queste le cause imminenti per i capi: ma pubblici sono i germi
della guerra, che sommersero sempre i popoli potenti. 
 

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